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Una storia del sud: l’omicidio di Vagno

Una storia del sud: l’omicidio di Vagno

di Giacinto Reale

PREMESSA

Confesso di essermi accostato alla storia di Giuseppe Di Vagno, il parlamentare socialista ucciso la sera del 25 settembre 1921 a Mola di Bari, con un di più di curiosità ed interesse dovuto alle mie origini baresi, alla conoscenza dei luoghi, alla familiarità di molti dei cognomi (e anche dei soprannomi) dei protagonisti, alla –ritengo – capacità di comprendere, meglio di altri, mentalità e comportamenti, sia pure a tanti anni di distanza.

Ne è uscito fuori il racconto che vi farò, che presenta, però caratteri comuni con tante altre storie di quegli anni, ivi compresa quella alla quale spesso viene accostata, e cioè l’episodio Matteotti.

Anche se nel secondo dopoguerra da parte di qualcuno si è parlato di Di Vagno come “Matteotti del Sud” molte restano, comunque, le differenze tra la vicenda del leader socialista polesano e quella del suo collega conversanese.

Vi è, alla base, solo una singolare caratteristica “di partenza” in comune tra i due: entrambi appartengono alla ricca borghesia terriera di paese, alla quale pensano forse di conservare posizioni di predominio locale sposando la causa del socialismo in tempi in cui le vecchie consorterie conservatrici appaiono in inarrestabile declino.

Ma di questo parlerò dopo….

CHI ERA GIUSEPPE DI VAGNO

Giuseppe Di Vagno nasce a Conversano, grosso borgo agricolo (più di 10.000 abitanti) in provincia di Bari, il 12 aprile del 1889, da una agiata famiglia borghese (“benestante famiglia di proprietari terrieri, che gli ha consentito un’istruzione universitaria e l’ingresso nella professione forense” secondo la definizione della Colarizi).

Iniziati gli studi nel locale Seminario, viene successivamente inviato a Roma dove si laurea in Giurisprudenza nel 1912 ed ha la sua prima esperienza lavorativa in uno studio legale della Capitale. Torna poi a Conversano, dove si scopre il fuoco della politica, si candida alle elezioni amministrative del giugno ’14 e viene eletto al Consiglio Provinciale, collocandosi, all’interno del Partito Socialista, su posizioni riformiste.

È, coerentemente, oppositore della guerra, e protagonista, il 10 novembre del 1917, di un episodio – in realtà non ben chiarito negli unici due testi che di Di Vagno parlano, e che sono alla base di questa ricerca (1) – che rappresenta la prima prova della sua sopravvenuta conversione al massimalismo estremista.

Quando in Consiglio Provinciale si discute della costituzione di un Fondo a favore dei profughi delle terre invase dagli Austriaci (siamo all’immediato indomani di Caporetto), egli interviene in maniera molto “ambigua”, vantando – e sostanzialmente giudicandole più sufficienti, sì da negare l’appoggio al nuovo Fondo proposto – alcune iniziative umanitarie già prese dall’Ente Provinciale dei Consumi, del quale è Presidente.

Nel corso della seduta, proprio in ragione del suo atteggiamento (al termine rifiuta anche di alzarsi in piedi, e, alcuni sostengono di averlo sentito dire “Viva Caporetto”) volano parole grosse e si rischia un passaggio alle vie di fatto. C’è anche un Consigliere di parte nazionale che mostra minaccioso un revolver al suo indirizzo, e lui viene denunciato per essersi rifiutato di salutare con il tradizionale “Viva il Re” finale.

La seduta del 17 novembre avrà uno strascino polemico: i suoi avversari lo additeranno al pubblico disprezzo per l’atteggiamento “antinazionale”, e arriveranno ad interdirgli l’ingresso al cittadino caffè Stoppani, dove è solito intrattenersi con la borghesia “intellettuale e socialisteggiante” del capoluogo pugliese.

Sono fatti che, probabilmente, contribuiscono a radicalizzare la sua posizione, già “minata” dall’influenza della rivoluzione bolscevica. Avviene così che il suo atteggiamento muti, si attesti su posizioni “massimaliste” e si venga via via distinguendo per il tono dei pezzi su “Puglia Rossa” sempre “più duro e più aspro”.

Nell’insieme, qualche zona d’ombra resta anche sulle sue vicende guerra durante: infatti non va al fronte, ma nemmeno – come Matteotti che, arruolato, viene spedito a Messina dove non può far danni – è in qualche modo “punito”.

Anzi, molto probabilmente usufruendo di qualche meridionalissima “raccomandazione” resta a Bari, Caporale in un Ente territoriale, continuando ad esercitare una certa “influenza” (parliamo di clientelismo spicciolo) che gli viene anche dall’appartenenza alla stessa ricca borghesia che è, da sempre, detentrice del potere locale.

L’ex Segretario regionale socialista Raffaele Pastore, per esempio, attribuisce l’accoglimento della sua domanda di esonero dal servizio militare alla “influenza in Prefettura” che ha Di Vagno, e un suo commilitone ricorda come la Caserma che li ospitava sia stata allacciata alla rete idrica sempre grazie al personale intervento del Consigliere Provinciale socialista (che per questo ebbe 15 giorni di licenza) molto bene ammanicato con le Autorità civili e militari preposte alla decisione.

Finita la guerra, proprio quando la sua fama sembra destinata ad estendersi ad altre zone della Puglia, oltre i confini del capoluogo, supportata da articoli sempre più “infiammati” che solleticano la diffusa voglia di “rivoluzione”, Di Vagno deve, però, fare i conti con la vecchia regola che vuole che, nel campo dell’ estremismo e della purezza ideologica “c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”.

Infatti, alla fine del ’19, i bordighiani, che sono maggioranza nel socialismo barese, lo estromettono dal Partito, costringendolo a rintanarsi – per un annetto di “penitenza” –a Conversano, dove fonda una sua Sezione, con annesse Lega proletaria, Lega dei contadini e Circolo giovanile.

È così che nella piccola realtà locale prende corpo una vigorosa ed irrequieta presenza di socialisti massimalisti, non alieni dalla violenza e che, con il loro operato il 25 febbraio del ’21, e ancor di più il 30 di maggio dello stesso anno, saranno la causa della successiva tragica fine del loro leader e fondatore.

Infatti, se si esclude la particolarissima realtà di Cerignola (dove pure emergerà un’altra figura dominate della galassia sovversiva, Giuseppe Di Vittorio), Conversano resta un unicum nelle cronache del periodo, per la violenta aggressività manifestata non da masse contadine in qualche modo sobillate, ma da nuclei di attivisti di Partito che perseguono un chiaro fine insurrezionale.

Finalmente rientrato, alla fine del ’20, nel Partito socialista, ed eletto al Parlamento nel maggio del ‘21, Di Vagno si schiera contro l’ipotesi del “Patto di pacificazione”, arrivando ad affermare che: “la pacificazione completa non può avvenire, né è bene che avvenga, poiché la vita e il progresso sono dati dagli attriti”.

Tesi che, va da sé, appare in forte contrasto con la definizione di “gigante buono” che la retorica antifascista gli ha appiccicato post mortem.

In effetti, le cronache ci dicono che era un omone alto più di un metro e ottanta e piuttosto robusto (ed è lecito supporre che questa prestanza fisica abbia contribuito al “fascino” del personaggio in una terra dove l’altezza media di contadini e braccianti superava di poco il metro e sessanta su corpi ingraciliti dalle fatiche), ma non danno grandi testimonianze della sua “bontà”, che forse è più che altro il classico paternalismo tipico delle classi dirigenti meridionali nei confronti dei “cafoni”, condito da piccole clientelari manifestazioni di un “potere” che incute rispetto.

Anche sulla “bontà”, quindi, forse si è un po’ esagerato: a prescindere dalla virulenza del linguaggio, della quale si è detto, va ricordato che Di Vagno, al momento della tragica aggressione è armato (e prova a sfoderare il suo revolver) e si era reso protagonista alla Camera, qualche mese prima, di un episodio burrascoso, come emerge dal pur benevolo ed edulcorato racconto del suo compagno di partito Di Vittorio: “…pensavo alla sua forza erculea, e quasi involontariamente ricordavo un gustoso incidente avvenuto nel corridoio dei “passi perduti” a Montecitorio. Il deputato popolare ultra fascista Cappa tentava di aggredire il compagno Giacomo Matteotti, che è snello, esile. Vidi Giuseppe Di Vagno prendere agilmente per il petto il Cappa e deporlo delicatamente per terra a quattro passi di distanza, interponendosi tra i due litiganti per impedirne il contatto. Lo prese con la stessa facilità che una madre sana prende il suo bambino poppante”.

Utile a capire la psicologia del personaggio può essere anche la relazione scritta (e pubblicata su “L’Araldo” dell’11-12 giugno) da Arnaldo Ponzè, inviato dal Comitato Regionale dei Fasci di Combattimento per un’indagine, nel giugno del ‘21, dopo i gravi incidenti verificatisi nel paese il 30 di maggio, con il ferimento e l’incarceramento di parecchi fascisti:

“Professionalmente, come avvocato, non può dirsi gran cosa, perchè ha esercitato pochissimo, valendosi piuttosto della sua laurea a scopo politico e per la conquista di ottimi stipendi a spese dello Stato.

Come distinzione di classe dovrebbe appartenere alla “odiata borghesia” perché è un ricco proprietario terriero che cerca di aumentare ogni giorno la sua proprietà e che, se riuscirà ad acquistare altri terreni, come ne ha l’intenzione, diverrà uno dei più forti proprietari del paese. Naturalmente non sogna neppure per un istante di dover dare la terra a chi la lavora.

Politicamente appartiene a quella numerosa falange di arrivisti che nell’oratoria demagogica e piazzaiola del Partito socialista hanno trovato il facile sgabello proletario per salire. Nel Partito è sempre stato un girella emerito, con frequenti passaggi dal socialismo riformista al più puro rivoluzionarismo di Lenin. Questi passaggi egli li chiama “crisi spirituali”.

Ho detto che la causa prima del tragico epilogo degli avvenimenti va cercata nella creazione – voluta e patrocinata dal Di Vagno espulso dal partito barese e in cerca di rivincita – a Conversano di una organizzazione socialista votata all’intransigentismo più violento.

Lo conferma il fatto che anche commentatori antifascisti sono concordi nel ritenere l’assassinio del parlamentare come atto finale di una faida paesana, vedendo nel morto una “vittima del livore e dei contrasti comunali” e nel delitto la conseguenza di un “feroce odio paesano”.

E’ per questo che la difesa al processo del ’22 parlerà di “crimine d’ambiente…inevitabile epilogo di un inconciliabile stato d’animo”, trovando concorde la stessa pubblica accusa che escluderà ogni questione di natura ideologica e attribuirà l’omicidio non “al contrasto delle idee politiche”, ma “ad interessi personali lesi” che la “giovinezza irriflessiva” dei responsabili farà sfociare nell’aggressione fatale.

Solo nel secondo dopoguerra, al nuovo processo imbastito a Potenza, questa tesi sarà rovesciata per ragioni politiche, anche se la Corte non potrà negare la “sostanziale imparzialità” del primo processo.

Inquadrato, come si dice, il contesto, cerchiamo ora di vedere lo svolgimento dei fatti.

L’ANTEFATTO

Chiarito che, come riconosciuto in un recente studio: “la centralità di Conversano nella spiegazione del delitto appare indiscutibile, e ove ciò fosse trascurato…ventilare ipotesi di una “congiura politica” ordita da ras del fascismo del calibro di Giuseppe Caradonna (è) non solo privo di fondamento, ma addirittura un autentico depistaggio”, veniamo alla narrazione vera e propria.

Un pre-antefatto si può vedere già nella giornata del 25 febbraio del ‘21, allorchè la Camera del Lavoro di Conversano proclama lo sciopero generale per protesta contro l’azione fascista che a Bari ha impedito l’ingresso in città a Bombacci ed è poi sfociata in violenti incidenti.

Lo sciopero ha subito carattere “prepotente e violento”: gruppi di socialisti armati di nodosi bastoni percorrono le vie del paese (presidiato solo da un Brigadiere dei Carabinieri e due militi dell’Arma), impongono la chiusura delle chiese, impedendo la celebrazione dei riti, bastonano avversari politici e non, tirano qualche bomba che ha loro procurato un mercenario ex ardito fiumano, si accaniscono – fin quasi a ridurlo in fin di vita – contro il ventiduenne Sottotenente Oreste Calacaterra, addetto alla requisizione dei cereali.

Il tutto, sotto l’occhio benevolo del Sindaco, che è il cognato di Di Vagno.

I pochi fascisti (tutti giovanissimi, come vedremo meglio parlando dell’omicidio) si riuniscono e cercano protezione nello stare insieme, senza per questo riuscire ad evitare ad alcuni di loro, colti isolatamente, una solenne bastonatura.

Solo il giorno dopo, giunti in paese rinforzi di Carabinieri e Guardie Regie, si procederà al fermo di una quindicina dei più esagitati rivoltosi, riconosciuti dalle loro vittime.

Come accade nel resto d’Italia, sono proprio queste indiscriminate violenze socialiste a costituire il punto di svolta che rovescerà la situazione a favore dei fascisti. All’indomani della sommossa paesana, la loro prima esigua schiera viene infatti rinforzata da afflussi continui, sì che già ai primi di maggio potrà essere incendiata la Camera del Lavoro e comminato il “bando” a Di Vagno, ritenuto il vero responsabile delle violenze di febbraio, dal momento che l’organizzazione socialista del paese da lui è stata messa in piedi e a lui fa capo.

Si tratta, in realtà, di minacce che gli stessi fascisti sanno bene di non poter mantenere vista la sproporzione che ancora persiste tra le forze in campo, e così, quando per il 30 maggio – dopo le elezioni che lo hanno visto eletto al Parlamento – Di Vagno decide di tenere un comizio a Conversano, uno di loro si reca a Cerignola a chiedere aiuto a quel fascio col quale c’è particolare sintonia, visto che Caradonna è venuto a comiziare a Conversano attraversando le vie “sotto un tappeto di fiori”.

In effetti, un manipolo di squadristi cerignolani, il giorno del previsto comizio di Di Vagno, parte in treno per Conversano, ma, giunto quasi alla meta, alla stazione della vicina Polignano, viene fermato dal Presidente del fascio conversanese, Lovecchio Musti, ed invitato a tornare indietro, per i sopravvenuti accordi con le Autorità, che si sono impegnate ad evitare ogni aggressione ai danni dei fascisti.

Le cose, però, non vano così: finito il comizio, si verificano i temuti incidenti: un fascista, Emilio Ingravalle, resta a terra ucciso da colpi di pistola sotto la casa di Di Vagno, e la successiva reazione fascista fa un altro morto nella vicina piazza XX Settembre, mentre nelle viuzze del paese si sviluppano inseguimenti, zuffe e scontri a pistolettate e bastonate.

Al termine di quello che sarà il battesimo del fuoco del fascio conversanese, 13 fascisti saranno incarcerati. Resteranno in carcere (al Castello Svevo di Bari) per parecchi mesi, ed inizieranno addirittura uno sciopero della fame per ottenere la fine della carcerazione preventiva, oltremodo gravosa, anche perché, per una singolare sbadataggine delle Autorità essi, per un certo periodo, occuperanno un camerone di fronte a quello dei loro avversari socialisti, con le turbolente conseguenze che è facile immaginare.

Nel comune sentire appare certa la responsabilità di Di Vagno in questi fatti, così come la fisserà il Tribunale di Bari, in data non sospetta, il 6 marzo del 1922:

“Verificatisi dei conflitti tra socialisti e fascisti nel 23 febbraio 1921 e dopo un comizio tenuto dal Di Vagno in quel Comune, anche nel 30 maggio, rimanendo uccisi un fascista ed un socialista, tal Ingravalle e tal Conte, oltre a parecchi feriti, si credette di far risalire al Di Vagno la responsabilità di siffatti luttuosi avvenimenti.”

A conferma di quanto siamo venuti dicendo a proposito della stretta connessione esistente – anche a livello di rancori e desideri di vendetta paesani – tra i fatti del 30 maggio e la successiva morte del Deputato socialista il 25 settembre valga, infine, la circostanza che, nel 1944, nel chiedere la revisione del processo Di Vagno, la Corte di Cassazione richiamerà, insieme, anche quello per i fatti del 30 maggio.

LA SERA DI QUEL 25 SETTEMBRE…

Abbiamo fin qui visto come, nei confronti del neo-eletto Onorevole Di Vagno, verso la metà del ‘21 sia montato, nella natia Conversano (dove, ricordiamolo, alle elezioni di maggio prende solo 22 preferenze, e non credo possa bastare a spiegarlo la sola “pressione” fascista), un forte risentimento che, in qualche caso arriva a sfiorare l’odio. Molteplici le ragioni:

–      la responsabilità che – non completamente a torto – molti gli attribuiscono per gli episodi di violenza del 21 febbraio e del 30 maggio, se non altro per essere stato l’ispiratore del nucleo di facinorosi che fa da padrone in paese da dopo il suo ritorno “in esilio” alla fine del ’19;

–      la rivalità degli altri borghesi e proprietari terrieri -come lui- che vedono in pericolo non tanto vecchi rapporti di sudditanza dei loro sottoposti (questa è una cosa che succede in tutta Italia, Di Vagno c’entra poco) quanto un sistema di protegè che tradizionalmente a loro è assegnato nella realtà paesana, nei rapporti col capoluogo e con le Autorità civili, nella gestione di un insieme di rapporti fatto di piccole raccomandazioni e favori;

–      la diffidenza che la sua figura di “cervello borghese in anima socialista” provoca in molti proletari (e vedremo la loro presenza nel nucleo che opererà a Mola il 25 settembre);

–      l’antipatia che ispira agli ex combattenti per certe sue prese si posizioni neutraliste prima, ambigue guerra durante (c’è chi lo definirà “più austriaco che italiano”), ingrate dopo verso chi è tornato a casa.

E’ anche per questo che la sua solo annunciata presenza a Noci, Casamassima, Putignano, provoca la contromobilitazione fascista, spesso più improvvisata che militarmente organizzata, come nella migliore tradizione di quell’anarchico coacervo di volontà ed impeti che è lo squadrismo fascista.

Proprio così vanno le cose il 25 settembre: al mattino, un giovane di Conversano, letta sui muri di Mola la notizia del comizio di Di Vagno fissato per la serata, si precipita a Cozze (una località balneare lì vicino), dove ci sono ancora parecchie famiglie di suoi compaesani che approfittano dell’ultimo sole, e “dà l’allarme”.

Partono, in tutta fretta, un paio di giovani fascisti alla volta di Conversano, riuniscono una quindicina di camerati, noleggiano due vetture, e si dirigono su Mola, al solito modo, che vuole essere una sia pur pallida imitazione delle liturgie arditesche: canti, colpi di pistola in aria, qualche petardo che ballonzola di mano in mano.

Comportamento rumoroso e strafottente, privo di ogni “precauzione”, che non sfugge a passanti che quasi sempre già conoscono i giovani e che non può non contrastare con ogni chiaro intento omicidiale.

A Mola, terminato il comizio, mentre Di Vagno accompagnato dai suoi si allontana, i giovani si fanno sotto: esplodono colpi di pistola, viene tirata anche una bomba. Al termine, sul selciato resta il corpo del parlamentare colpito da due proiettili.

I fascisti tornano a Conversano con le stesse due vetture prese a nolo, ma nel giro di poco tempo sono indentificati ed arrestati. Vediamo – distinguendoli a seconda dell’esito processuale delle loro storie in tre gruppi – l’elenco, perché esso suggerisce riflessioni di carattere generale e conferma quello che dicevo prima sulla trasversalità dell’odio paesano verso Di Vagno:

–      rinviati a giudizio: 10 fascisti, di cui 8 di età compresa tra i 15 e i 21 anni, 1 di 24 e un altro 32 anni; 4 sono studenti, 2 contadini e 4 operai;

–      prosciolti per insufficienza di prove: 9 fascisti, di cui 7 di età compresa tra i 18 e i 20 anni, 1 di 23 e di di 37 anni; 4 sono studenti, due agricoltori, e poi c’è un sarto, un caffettiere ed un insegnante elementare;

–      prosciolti per non aver commesso il fatto: 7 fascisti, di cui 4 di età compresa tra i 17 e i 23 anni, e 3 di età tra 29 e 35 anni; 4 sono studenti, 1 agricoltore e poi c’è un dentista e un ex Tenente degli Arditi

Va detto che, a voler essere pignoli, nei due testi di riferimento per questo lavoro ci sono alcune discrepanze su cognomi e numeri. Ciò, se è dovuto al fatto che, per esempio, su 26 coinvolti a vario titolo nelle indagini, ci sono ben 7 “Lorusso” (dei quali almeno alcuni certamente parenti fra loro) e 2 fratelli “De Bellis” (e viene citato anche il loro padre), sembra però anche confermare la natura di faida paesana e “familiare” (non scordiamo che Sindaco è il cognato di Di Vagno) del contrasto conversanese.

E’ possibile, comunque, a questo punto, fare qualche osservazione, in ordine a :

–      giovane età dei partecipanti all’azione: la quasi totalità dei partecipanti è intorno ai vent’anni (uno, addirittura quindici), e lo stesso “sparatore” sarà identificato in un diciasettenne.

Questo fa più che credibilmente escludere ogni coinvolgimento diretto della dirigenza della sezione fascista di Conversano intorno alla quale pure i ventisei identificati ruotano;

–      appartenenza dei predetti ventisei a svariate categorie sociali: si va dal caffettiere al maestro elementare, con una netta prevalenza di studenti.

Questo conferma il dato dell’impopolarità (ed è un eufemismo) che circonda la figura di Di Vagno nel suo stesso paese, aldilà di ogni presunta ostilità dei soli “padroni” verso il “difensore dei lavoratori”;

–      improvvisazione e faciloneria (“quasi goliardica” ha detto qualcuno) nello svolgimento dell’azione: i giovani prendono a regolare nolo due vetture, se ne vano a Mola sparacchiando ai cani randagi, si rendono riconoscibili a tutti.

Questo porterà i Tribunali (anche quello postfascista del ’47) ad escludere ogni premeditazione

È proprio la mancanza di premeditazione può aiutare a ricostruire lo svolgimento di quei tragici momenti, stante la attuale indisponibilità – nei pluricitati testi – delle versioni fornite a suo tempo da testimoni e dagli stessi imputati.

Viene normalmente richiamato il fatto che Di Vagno venga colpito alle spalle (ai glutei, per l’esattezza) come un ulteriore prova della “viltà e vigliaccheria” dei fascisti. Forse non è così: è più verosimile ipotizzare che quando il Parlamentare e i suoi pochi accompagnatori si vedono inseguiti da una decina di giovani urlanti e brandenti revolver, si diano alla fuga, mentre quelli, ringalluzziti, cominciano a sparare alla rinfusa.

Infatti, sul luogo verranno trovati molti bossoli di proiettile (oltre alle tracce di una bomba esplosa), ma Di Vagno sarà attinto da soli due colpi e nessun altro ferito ci sarà tra i suoi accompagnatori, mentre due passanti verranno raggiunti di striscio.

La lettura dei referti autoptici e delle sentenze aiuta a chiarire questo punto:

– il tipo di ferita non avrebbe “normalmente” provocato la morte: il parlamentare socialista, infatti, è raggiunto da due proiettili nella regione lombosacrale, e solo la sopravvenuta emorragia interna ne causa il decesso;

– il revolver impiegato è una “arma vetusta”, di piccolo calibro (sei e mezzo – sette) e di vecchio tipo, caricato con proiettili umidi e di incerto funzionamento;

– i colpi non sono esplosi a bruciapelo (come qualcuno dirà, per accreditare la tesi di un’esecuzione), ma da un paio di metri di distanza, con direzione dall’alto verso il basso (quindi, non per uccidere) con “modalità di sparo rusticana…e improvvisazione tecnica”

 

L’ITER PROCESSUALE E DUE PAROLE DI CONCLUSIONE

Resta da dire dell’iter processuale che pone termine all’intera vicenda: complesso, in due frasi successive, con qualche colpo di scena.

Incarcerati quasi tutti i fascisti presenti quella sera a Mola, e anche qualcuno di più sospettato di aver fornito sostegno logistico, la richiesta di rinvio a giudizio viene formulata, in data 6 marzo 1922, a carico di 19 fascisti, dei quali uno, luigi Lorusso, studente di anni 17, individuato come lo sparatore.

A seguito dei vari passaggi processuali, che vedono prosciolti per insufficienza di prove 9 degli iniziali imputati, il rinvio a giudizio è deciso, ad un anno esatto dai fatti (la data del 25 settembre, come vedremo, assume una valenza simbolica ora e anche nel processo del dopoguerra), per 10 fascisti.

Sopravviene, però, in data 29 dicembre 1922 la prima delle tre amnistie decise dal Governo Mussolini per la riappacificazione nazionale, e, di conseguenza, l’azione penale viene dichiarata estinta.

Tutto ricomincerà il 25 settembre (ancora!) del 1944, quando il Tribunale di Bari, pressato dai Partiti di sinistra, ordina, in virtù del DLL del 27 luglio che ha dichiarato inapplicabile le amnistie concesse dopo il 28 ottobre 1922 per i delitti commessi con finalità fasciste, l’arresto dei 10 fascisti già rinviati a giudizio nel 1922.

Il nuovo processo assume subito una forte valenza politica da “regolamento di conti”: infatti, alcune testimonianze inedite (c’è anche qualche fascista “pentito”) cercano di coinvolgere – almeno come responsabili morali – Caradonna e un paio di dirigenti del Partito dell’Ordine conversanese dell’epoca.

Il 12 gennaio del ’47 il processo viene trasferito “per legittima suspicione” da Bari a Potenza dove Luigi Lorusso e altri 6 coimputati vengono, infine condannati a pene dai 10 a 18 anni di reclusione.

Fatto ricorso in Cassazione, la Suprema Corte con sentenza 22 marzo 1948 dichiarerà non doversi procedere per estinzione del reato a seguito dell’amnistia Togliatti

La verità giudiziale (che non è detto sia sempre “la verità”, ricordiamolo) stabilisce –in un’ottica che potremmo definire “salomonica” – due cose importanti, a proposito dell’omicidio che è:

– “politico”, cioè attribuibile al fascismo in quanto tale e non conseguenza di esasperate rivalità locali (e questo è un po’ strano, nel momento che viene escluso il coinvolgimento di Caradonna e di qualunque altro leader nazionale del fascismo);

– preterintenzionale, nel senso che la morte non era voluta e sopravviene aldilà delle intenzioni dei fascisti aggressori (e questo è più logico, alla luce dei referti di cui abbiamo parlato).

CONCLUSIONE

Credo si possa dire, per finire, che l’assassinio dell’on Di Vagno presenta tutti i caratteri tipici di una storia di rivalità tipica di molti piccoli paesi agricoli dell’Italia di allora.

L’elemento di differenza è che qui la contrapposizione non è tra umile gente, come avviene, per esempio in Toscana, dove la reazione fascista assume i caratteri della vendetta per i torti subiti nel biennio rosso, e ne assume talora, le stesse forme o altre molto simili.

La differenza – non secondaria – è che a Conversano, si fronteggiano ricchi proprietari terrieri che provano a difendere o a conquistare posizioni di prestigio indiscusso nel borgo natio, senza poter escludere che entusiaste “guardie rosse” o primi squadristi forniscano involontariamente la manovalanza.

Nel resto d’Italia sono, invece, in gran parte i “rurali” a passare all’offensiva contro i prepotenti del biennio ’19-’20. I contadini ringalluzziti dall’azione squadrista ironicamente cantano, all’indirizzo dei vecchi capi delle Leghe: “E quando comandavi / a letto ci mandavi / ed or che si comanda / a te letto ti si manda”, e la forzata bevuta di bicchieri di olio di ricino non può non ricordare l’ ingurgitamento –altrettanto forzato – di qualche bicchiere di rosso al quale i non iscritti alla Lega o “riottosi” erano costretti la sera, nella stessa sede sindacale, tra le risate generali e la lettura ad alta voce dell’Avanti.

Di Vagno è, all’epoca, pressocchè sconosciuto nel panorama nazionale (si è affacciato sulla scena da 4 mesi, con la prima elezione alla Camera dei Deputati) e non costituisce certo un pericolo per il fascismo, come peraltro riconosciuto nel processo del 45, allorchè la Corte giudicò “depistaggio” il tentativo di alcuni responsabili di tirare in ballo Caradonna per alleggerire la propria posizione.

Ciò non toglie, però, che, a mio avviso, si faccia un torto alla stessa vittima con l’insistere su quella storia del “gigante buono”. Di Vagno è (dopo un inizio riformista) esponente della corrente massimalista, ostile alla guerra ed ai combattenti, guarda con passione all’esperienza sovietica, non risulta abbia mai condannato le violenze dei suoi seguaci a Conversano, è contrario al patto di pacificazione, si tutela dalle minacce fasciste non con l’evangelica parola, ma con un revolver.

È lo stesso destino che un’ansia mistificante e “buonista” ha riservato a Gramsci e a Matteotti.

Del primo ricorderò il brano apparso su L’Ordine Nuovo del 31 gennaio 1921:

“Guai alla classe operaia se essa permetterà, anche per un istante solo che a Torino i fascisti possano mettere in esecuzione il loro piano, come hanno fatto nelle altre città. La minima debolezza, la minima indecisione potrebbe essere fatale. Al primo tentativo fascista deve seguire, rapida, secca, spietata, la risposta degli operai, e deve, questa risposta essere tale che il ricordo ne sia tramandato fino ai pronipoti dei signori capitalisti. Alla guerra come alla guerra, e in guerra i colpi non si danno a patti…

Pericolo di morte per chi tocca la Camera del Lavoro, pericolo di morte per chi favorisce o promuove l’opera di distruzione! Cento per uno!… Pericolo di morte per chi tocca la proprietà dell’operaio… La guerra è la guerra. Guai a chi la scatena. Un militante della classe operaia che debba passare all’altro mondo, deve avere, nel suo viaggio, un accompagnamento di prima classe”.

Del secondo basterà citare l’articolo apparso qualche mese prima su “La lotta” del 27 novembre ‘20:

“Il fascista è il figlio di papà, il professore di storia patria, l’impiegato a cento franchi al mese, il viveur stimolato da qualche cocotte, l’ex arnese di questura, l’artista teatrale che si vanta di aver avuto il padre, il nonno garibaldino, il nobile che grida “viva la guerra” per sposare la figlia del pescecane.

Il fenomeno fascista è il fenomeno della delinquenza politica, della vigliaccheria civile, delle nullità intellettuali, dell’arditismo militare… Ebbene, dinnanzi a questi pazzi, se pazzi sono, il Partito Socialista alzi ancora la testa. O siano messi nell’impossibilità di nuocere, o noi faremo giustizia sommaria. A Rovigo come altrove, occhio ai mali passi!”

“Chi volle seminare vento, raccolse tempesta” dirà la difesa degli imputati al processo Di Vagno, e forse non aveva torto.

Ora, a quasi un secolo di distanza, si potrebbe pure cominciare a dire la verità…

Pubblicato da Giacinto Reale il 18 Aprile 2015

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere…

Link: https://www.ereticamente.net/2015/04/una-storia-del-sud-

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…quando la realtà supera la fantasia

Ecco le immagini dell’acceso confronto tra i militanti di “destra” e i due giornalisti che hanno denunciato di essere stati aggrediti nel corso della commemorazione delle vittime della strage di Acca Larenzia al mausoleo dei martiri fascisti del cimitero del Verano, a Roma. Un esercito ben organizzato, con giubbe, sciarpe, scarpe e pantaloni, schierati…

qui il VIDEO

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Bari si risveglia con Di Rella Melchiorre e Romito…

Cattura

Di Rella  inaugura  il comitato elettorale, centro-destra unito a Bari,  partita ufficialmente la campagna elettorale del candidato sindaco di Bari Pasquale di Rella
A fianco di Pasquale di Rella anche Fabio Romito e Filippo Melchiorre…
Bari si risveglia

 

dirella melchiorre romito e i baresi… 2019

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Corruzione e truffa ai danni dei cittadini…


Nessuna delle parti offese – ex Provincia di Bari (oggi Città Metropolitana), Amtab, Asl Bari e Regione Puglia – si è costituita parte civile all’udienza preliminare cominciata oggi, a 13 anni dai primi fatti contestati, per il rinvio a giudizio di 22 persone fisiche e 5 società accusate di una ventina di capi d’imputazione tra cui corruzioni e truffa ai danni dell’ex Provincia di Bari. Ne dà notizia l’Ansa.
L’udienza si svolge dinanzi al gup del Tribunale Francesco Pellecchia. Rischiano il processo per i reati, a vario titolo contestati, di corruzione, falso, truffa, frode in pubbliche forniture e turbativa d’asta, Anita Maurodinoia (Pd), ex vicepresidente del Consiglio provinciale di Bari e attuale consigliere regionale, suo marito Alessandro Cataldo, funzionari e dirigenti dell’ex ente provinciale e imprenditori, tra i quali i fratelli Erasmo e Alviero Antro (le cui dichiarazioni diedero avvio all’indagine) e che nei mesi scorsi sono stati già condannati a 5 anni e 2 mesi di reclusione per un truffa all’ex Provincia. Stando alle indagini della Guardia di Finanza, coordinate dal pm Luciana Silvestris, Maurodinoia, suo marito e l’allora dirigente provinciale Cataldo Lastella avrebbero ricevuto per anni da alcuni imprenditori baresi forniture di generi alimentari, lavori di manutenzione a casa e denaro in cambio di appalti. Tra le contestazioni c’è anche un rimborso da circa 700 euro ottenuto nell’ottobre 2011 da Maurodinoia, per un viaggio a Roma, ufficialmente fatto per impegni istituzionali ma in realtà – secondo l’accusa – per scopi privati. Le vicende contestate risalgono agli anni 2006-2014. Dopo quasi due anni di rinvii per difetti di notifica e poi per la situazione dell’edilizia giudiziaria barese con la inagibilità del palazzo di via Nazariantz, si è arrivati dall’ottobre 2017 all’udienza di oggi, celebrata nell’aula ‘bunker’ di Bitonto. Il giudice ha fissato le prossime due udienze, il 3 e il 10 luglio, per le discussioni di accusa e difese.

link: https://www.borderline24.com/2019/03/18/

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Stellina Manfredi peculato, sottrazione, distruzione ed occultamento di atti veri…

A seguito di una complessa indagine disposta dalla Procura di Bari, la guardia di finanza ha proceduto alla notifica dell’ordinanza applicativa della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio per la durata di mesi 12, nei confronti di Stellina Manfredi accusata di peculato, sottrazione, distruzione ed occultamento di atti veri, truffa aggravata in danno dello Stato, autoriciclaggio. Lo comunica la Procura di Bari attraverso una nota stampa.
Secondo la contestazione, Manfredi, nella qualità di operatore giudiziario presso la Sezione Lavoro del Tribunale Civile di Bari, “a partire dall’anno 2013 e fino all’anno 2016, ha posto in essere plurime e reiterate condotte fraudolente, finalizzate all’ottenimento di indebiti vantaggi patrimoniali”. Secondo l’accusa avrebbe “asportato e si sarebbe appropriata di numerosissime marche di contributo unificato, applicate sulle note di iscrizione a ruolo delle controversie in materia di lavoro, di cui aveva la disponibilità in ragione del proprio Ufficio”; avrebbe “sottratto, occultato e distrutto delle note di iscrizione a ruolo: tale condotta era propedeutica all’asportazione del contributo unificato precedentemente apposto”; avrebbe “riutilizzato le marche di contributo unificato”; e avrebbe indotto “in errore avvocati, tramite artifici e raggiri, a cui prometteva falsamente di provvedere personalmente all’apposizione dei citati valori bollati sulle note di iscrizione a ruolo in corso di deposito, facendosi così consegnare il denaro corrispondente al valore delle marche ovvero le stesse marche non ancora applicate adesivamente all’atto”.

Il presunto profitto indebito del reato è quantificabile approssimativamente in 20mila euro.

link:https://www.borderline24.com/2019/03/07/si-appropriava-delle-marche-bollo-

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…il centro destra anche a Bari VOLA unito e compatto…

…ed è Pasquale Di Rella sfidante di Antonio Decaro alle prossime elezioni amministrative di maggio…

Abbiamo fatto a Pasquale di Rella alcune domande…

Di Rella ha risposto punto per punto, senza trionfalismi né polemiche inutili…

…Sono stato invitato a partecipare dall’onorevole Sasso della Lega e dal segretario provinciale della Lega Balducci. La mia ferma opposizione a Decaro è stata riconosciuta dell’onorevole Gemmato di Fratelli d’Italia. La mia candidatura alle primarie è stata accettata da un comitato di garanzia. Ben 14mila baresi si sono recati in Fiera, 7.100 dei quali hanno preferito me ai miei prestigiosi colleghi, per dire che la coalizione composita, guidata da una persona che ha saputo rinunciare a un incarico prestigioso e ad un’indennità di carica di 4 mila euro mensili un anno e mezzo fa…

Abbiamo la possibilità di mandare a casa una coalizione che ha tradito gli impegni con gli elettori; ha tradito quella che era la sua formazione culturale e politica, allontanandosi dalla gente che ha bisogno, dalle periferie, dal commercio. Quindi sono convinto che nessun partito di centrodestra e nessuna lista civica vorrà perdere questa occasione storica. Farò la mia campagna elettorale al fianco di Romito e Melchiorre ed entrambi saranno presenti in Giunta quando vinceremo le elezioni…

Quando arriverà il programma?
Quando i partiti della coalizione e le liste civiche nelle prossime ore si siederanno attorno a un tavolo e formeranno un programma snello, credibile, attuabile e condiviso. I programmi non vanno solo presentati, ma realizzati. Ricordo che Decaro disse che il Palazzo di Giustizia doveva essere costruito nella caserma Briscese, poi sappiamo com’è andata a finire la vicenda. Mi ricordo anche che Decaro promise un solo mandato, invece me lo ritrovo candidato per l’ennesima volta.

Link: https://bari.ilquotidianoitaliano.com/

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Nostradamus e la terza guerra mondiale: avverrà nel 2019

Arriva l’allarme di alcuni ricercatori francesi che studiano le quartine dell’astrologo francese: nel 2019 si arriverà al terzo conflitto mondiale, da una parte America ed Europa, dall’altra Russia o Cina

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